Nonostante la mia lunga assenza da questo blog, la vita prosegue. Dunque, cosa è successo nel frattempo? Ah, il primo fine settimana successivo alla mia prodigiosa guarigione lo passammo a Roma. Festeggiai la Liberazione occupando ogni anfratto della nostra casa con i miei ninnoli, hellokitty, carrozzine, pettinini, sassi, mollette, scatoline e cassettini tutti pieni di conchiglie, bottoni, nastri. Sono un'accumulatrice folle! Appena Godzi toccò qualcosa cominciai a ululare per poi avventarmi sul fratellino per segnargli la faccia con qualche graffio bene assestato (anche se questo provocò la calata della mano del Miserabile Facchino su, ehm, sapete dove).

Questi giorni invece tornammo a Subiaco, dove finalmente risplendette il sole. Godzi trovò nella campagna il suo habitat ideale, potendo giocare con acqua e cenere, sassi, canne e quant'altro fino a ridursi in un stato in cui fu difficile identificarlo. A casa non andò meglio. Mentre io, severa e compassata, leggevo il mio nuovo dizionario, lui metteva un piccolo materasso sulle scale per lanciarsi di sotto; mentre io sedevo composta a tavola lui lanciava oggetti dalla mansarda in salone. In quanto al Miserabile Facchino, dovette tagliare sei milioni di metri quadri di erba, lavoro che gli provocò incubi notturni. La Grande Generatrice, dopo varie notti di lavoro, giunse piuttosto confusa sulla propria identità e riuscì a capire dove fosse solo quando fu il momento di tornare a Roma.

Domenica ci recammo in festosa combriccola alla prima comunione del cugino Giuseppe, che tollerò questo rito in grazia dei fantastici regali che ricevette. Nonostante i timori Godzi si comportò bene in chiesa, perché le varie letture sacre ebbero su di lui un effetto sedativo. Per prudenza, visto che stavamo organizzando un'insurrezione, papà ritenne opportuno portarci fuori, dove come moderni lanzichenecchi ci lanciammo nei vicoli del centro storico e demmo l'assalto alla famosa Rocca dei Borgia, che trovammo però già devastata e abbandonata di suo. In seguito Godzi e mamma tornarono a casa, visto che Andrea non mangia ancora un accidente, mentre io e papà, mirabile coppia, ci recammo a un bellissimo ristorante sul fiume dove mangiai tredici tonnellate di pizza e potei ammirare le trote, i gamberi di fiume, le cascate molto rumorose e ricevetti, dai parenti tutti, giusti apprezzamenti per la mia innata affabilità. La sera tornammo a Roma senza incontrare traffico, nonostante le previsioni fossero apocalittiche, noi con papà e mamma con la macchina nuova. Nel crepuscolo vidi molti aerei nel cielo, le nuvole e chiesi se fossero sempre le stesse. Con papà decidemmo che potevo provare a dipingere con i colori a olio un mazzo di rose, e lui promise che si saremmo divertiti molto, anche se i risultati sarebbero stati più vicini a un delirio cubista.

Oggi sono a scuola, il che non è una grande notizia. Salvo che ormai inizio a padroneggiare il mistero del calendario, rendendomi conto che tra un mese sarò libera, ahà!
il nome della luna